Si inasprisce il conflitto in Ucraina
L’esercito ucraino bombarda, terrore a Donetsk
— Fabrizio Poggi, 22.1.2015 “Il Manifesto”
Donbass. Colpito nella capitale degli insorti un autobus: 13 vittime. Le truppe di Kiev a colpi di mortaio lasciano l’aeroporto. Accordo a Berlino: via le armi pesanti
Il vetro dell’autobus colpito in piano centro a Donetsk
© La Presse/Reuters
Morti e ancora morti. Le ultime due settimane sono state tra le più pesanti per la popolazione del Donbass. Tredici vittime a Donetsk, ieri mattina. Ancora una volta, preso di mira un autobus nel centro della città. Le fermate e i mezzi di trasporto pubblici sono diventati una costante delle artiglierie dell’esercito ucraino, insieme ad abitazioni, ospedali, scuole e asili.
Per le vittime, fa poca differenza che, come nel caso dell’autobus colpito la scorsa settimana a Volnovakha (dodici morti e una ventina di feriti), sia stata usata una mina a tempo; oppure che, per il tranvai di ieri a Donetsk, gruppi di militari sabotatori abbiano sparato con mortai da breve distanza: non si tratta mai di obiettivi casuali. Fonti degli insorti sostengono che la visita sul fronte della guerra a Donetsk del capo del Consiglio di Difesa ucraino Aleksandr Turcinov leader di Majdan e «noto per le sue azioni di sabotatore», abbia preceduto di poco il tiro del mortaio. Per i morti del Donbass fa poca differenza il tipo di armi usate: che sia l’aviazione ucraina a seminare morte a Gòrlovka (trenta vittime sabato scorso) o le artiglierie governative a sparare contro Donetsk (4 morti e 12 feriti ieri l’altro) oppure i sistemi «Grad» e «Uragan» delle forze armate di Kiev a provocare i sei morti di mercoledì a Stakhanov, a sudovest di Lugansk. Ieri per reazione alcuni soldati ucraini catturati nella battaglia dell’aeroporto sono stati fatti sfilare per le vie di Donetsk fino al luogo della strage.
Le ultime due settimane, iniziate dopo la marcia di Parigi contro il terrorismo e per le vittime di Charlie Hebdo con in prima fila tanti leader ambigui come Poroshenko, non hanno dimostrato altro che l’ipocrisia di coloro che, a braccetto dei padrini finanziari e militari, bombardano e terrorizzano i propri stessi cittadini. Non riuscendo a venire a capo, al fronte, di insorti pronti al sacrificio personale per la propria indipendenza territoriale e non potendo fare affidamento su un esercito ormai demoralizzato, il governo di Kiev ricorre ai bombardamenti e agli attentati terroristici contro i centri abitati. Nel migliore dei casi, quando anche «i battaglioni di volontari filogovernativi» (come vengono definiti dai media nostrani, per attribuire una patente di legittimità ai battaglioni neonazisti) si rivelano inidonei, si mandano allo sbaraglio le reclute demotivate delle ultime mobilitazioni (saranno 100mila uomini in tre scaglioni nel corso del 2015) com’è accaduto nei giorni scorsi attorno all’aeroporto di Donetsk, allorché, secondo gli stessi militari, il comando li avrebbe inviati a recuperare «camerati» feriti, in un’area in mano alle milizie.
Sul controllo di ciò che resta dell’aeroporto di Donetsk si è svolta nelle settimane passate, oltre che una campagna di guerra con centinaia di morti da una parte e dall’altra, anche una «guerra di informazione»: ieri Kiev ha ammesso la perdita della posizione, in realtà abbandonata sabato scorso. Quello che i media di casa nostra, citando i neonazisti di «Azov», esaltano come «l’epopea dell’eroica difesa» dell’aerostazione, è costata a Donetsk la morte di centinaia di civili: è da lì infatti che le truppe di Kiev bombardavano la città. Ora che, dopo la riunione di mercoledì a Berlino del Gruppo di Contatto — Francia, Germania, Russia e Ucraina — sembra si sia riusciti a definire l’allontanamento dalla linea del fronte delle artiglieri pesanti ucraine e degli insorti, ecco che entrano in azione i gruppi di sabotatori e l’obiettivo rimane, come prima, la popolazione civile.
Mosca sembra da tempo aver rivolto i propri sforzi a insinuare un cuneo all’interno del fronte governativo di Kiev, puntando sul protégé europeo Poroshenko, a parole da sempre disponibile al dialogo, contro i falchi filoamericani Jatsenjuk e Turcinov. Evidentemente, o il presidente parla un linguaggio che non corrisponde alle azioni, come sostengono nella Novorossija (il Donbass insorto), oppure non riveste che un ruolo di rappresentanza per le cancellerie europee, assediato dai bellicisti controllati dalla Nato e da Washington. «Quello del 2015 è un bilancio di guerra» ha detto nei giorni scorsi il premier Jatsenjuk; «è una cifra record – 5,7 miliardi di dollari – che supera il 5,2% del Pil». Ma anche sul cinismo di Poroshenko, ha richiamato l’attenzione il politologo ucraino Vladimir Kornilov che ha definito «inaudito» il suo gesto a Davos, quando ha mostrato una lamiera dell’autobus fatto saltare a Volnovakha: «Si taglia a pezzi l’autobus e se ne fanno souvenir per Poroshenko, che poi lui porta in giro per il mondo; con le indagini in corso, il presidente sottrae una prova determinante dalla scena del delitto:». D’altronde — e questo alimenta e critiche russe espresse ieri dal ministro degli esteri Serghei Lavrov — non sono certo le prove che interessano a Kiev: l’importante è rilasciare dichiarazioni altisonanti – aereo malese: silenzio sulle immagini che mostrano l’abbattimento da parte di un caccia ucraino; duemila soldati russi che avrebbero passato il confine ucraino: immediatamente smentite da Osce e Nato; silenzio sui 500 mercenari della Academi (ex Blackwater) che combattono per Kiev; e così via – i megafoni che le amplificano, o le tacciono, in occidente si trovano sempre.
L’omaggio dei neonazisti ucraini a Bandera
— Fabrizio Poggi, 22.1.2015 “Il Manifesto”
Kiev. Un gennaio di celebrazioni in favore del leader collaborazionista e antisemita. Il Washington Post preoccupato: l’estrema destra riponga le insegne «nella capitale»
I nazionalisti in piazza a Kiev
© La Presse/Reuters
Già l’inizio d’anno non aveva annunciato niente di buono in Ucraina. Lo scorso 1 gennaio, con una fiaccolata per le strade di Kiev, un paio di migliaia di nazionalisti ucraini avevano celebrato il 106° anniversario della nascita, il 1 gennaio 1909, del capo del cosiddetto Esercito insurrezionale ucraino (Upa), Stepan Bandera che, nella seconda guerra mondiale, si schierò con l’esercito nazista e perpetrò, insieme alle SS tedesche, crimini contro i propri connazionali, per lo più ebrei. Il capo di dell’organizzazione di destra “Svoboda”, Oleg Tjagnibok, chiese nell’occasione che il governo restituisca a Bandera il titolo di eroe dell’Ucraina (attribuitogli sotto la presidenza Jushenko nel 2010 e subito annullato dal Tribunale centrale) e che venga riconosciuta ufficialmente l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun) da lui creata.
Insieme a «Svoboda», alla manifestazione di Kiev avevano preso parte, in tute mimetiche e con stendardi di Upa e Oun, anche rappresentanti di «Pravyj sektor» e del battaglione neonazista «Azov». Al Ministero degli Esteri russo, commentando la manifestazione di Kiev, avevano dichiarato che «non si tratta di una qualche pericolosa tendenza neonazista nel centro dell’Europa, bensì di un’azione concreta che, per forma e contenuto, ricopia le tradizioni naziste. I nostri partner occidentali dichiarano regolarmente che “la parte russa esagera le manifestazioni di neonazismo in Ucraina, ma essi non vedono alcun fatto. Ma essi non li vedono, perché i canali occidentali non trasmettono mai le fiaccolate nel centro di Kiev e non raccontano i fatti concreti della biografia di Stepan Bandera».
È invece The Washington Post che, in un servizio di Adrian Karatnitski dal titolo «Azov e Ajdar – una minaccia per la nuova Ucraina», mentre da un lato fa il panegirico del «nuovo attivismo civile», della «lotta alla corruzione», di quella che chiama «riforma dell’esercito» (finora, secondo il Post, «infiltrato di agenti russi»), delle «misure per respingere la minaccia russa», ecc., dall’altro mette in guardia contro una «nuova minaccia»: l’attività dei comandanti dei battaglioni e delle formazioni armate. Quanto poco filo-russa sia l’impostazione del servizio dell’autorevole giornale americano lo dice la cronistoria tracciata, in cui non si parla di golpe, bensì di «caduta del regime di Janukovic» e della «aggressione russa», che costrinsero il governo, data la «cattiva preparazione dell’esercito», a «ricorrere all’aiuto di migliaia di volontari», che «agivano sull’impeto del sentimento patriottico». Una «piccola parte dei reparti volontari», scrive ancora il Washington Post, era costituita da «rappresentanti dei movimenti di ultradestra, che combattevano con motivazioni ideali. Tra essi, l’ultraconservatore “Pravyj sektor” e il famoso battaglione “Azov”»; altre brigate, tipo il battaglione “Dnepr-1″, erano state costituite e finanziate dagli oligarchi. Molte di queste formazioni hanno dimostrato valore e hanno contribuito a respingere l’attacco delle forze filorusse».
Ora, tuttavia, scrive il Post appena dopo l’esaltazione della rivolta di Majdan, «alcune formazioni mostrano i loro lati peggiori. Negli ultimi mesi hanno terrorizzato o attentato alla vita di funzionari statali, hanno minacciato di prendere il potere se Poroshenko non riesce a vincere la Russia». Lo scorso agosto, «il battaglione “Dnepr-1” sequestrò il Presidente del Comitato statale per l’agricoltura, affinché non nominasse un funzionario scomodo» che avrebbe potuto nuocere ad alcuni interessi. E «il 15 dicembre, queste formazioni hanno bloccato il convoglio umanitario diretto nel Donbass, dove esiste una seria minaccia di catastrofe umanitaria». Il 23 dicembre, «il battaglione “Azov” ha dichiarato di voler prendere controllo del porto di Mariupol»; «nei confronti del solo “Ajdar” la procura ha avviato 38 procedimenti» e lo stesso presidente Poroshenko avrebbe sollevato la questione dei battaglioni, lo scorso novembre, al Consiglio nazionale di difesa.
Esperti militari russi ipotizzano che il rifiuto di «Pravyj sektor» — al centro di una sorta di sollevazione a Kharkov, lo scorso dicembre — e del suo leader Dmitrij Jarosh, a sottostare allo Stato maggiore, unitamente al basso morale delle truppe costrette a combattere contro propri connazionali civili nel Donbass, possa provocare un generale rifiuto della disciplina nell’esercito ucraino e nella guardia nazionale.
Ecco che allora il giornale statunitense veste i panni del consigliere e fa i nomi di coloro che destano maggior preoccupazione: il ministro della Difesa Arsen Avakov, che, «invece di contrastare tali azioni dei battaglioni», propone addirittura di rifornirli di mezzi corazzati e li eleva «al rango di brigata. Crea sconcerto che a settembre egli abbia nominato il comandante del neonazista “Azov” alla carica di capo della polizia per la regione di Kiev». E, accanto ad Avakov, l’oligarca Kolomojskij che «dopo aver giocato un ruolo onorevole nella stabilizzazione a est, ora ignora il potere centrale».
Evidentemente a Washington ci si preoccupa di dare una veste «rispettabile» ai golpisti di Kiev e quindi «cosa si deve fare in questa situazione? Poroshenko vuole risolvere il problema, ma non si decide ad agire», anche perché deve concordare le azioni col premier Jatsenjuk, «di cui Avakov è il principale alleato». L’inviato del Post sembra chiedersi: si dovrà allora intervenire dall’esterno in modo deciso?
La voce dei «tutori finanziari occidentali», della Nato la cui strategia di allargamento ha non poche responsabilità ed è pericolosamente arrivata al confine russo, esige che si metta ordine e si contrastino i «germi della dittatura militare» costituiti dalle mosse troppo avventate dei battaglioni, i quali, oltretutto, «sollevano le reazioni negative della stampa mondiale». Il messaggio appare fin troppo chiaro: occhio ragazzi, ciò che fate nel Donbass non preoccupa nessuno, perché la stampa occidentale si ferma a Kiev e non arriva fino a Donetsk. Però, almeno Kiev bisogna vestire gli abiti buoni: le mimetiche e gli stendardi nazisti lasciamoli per continuare le stragi di civili nella Novorossija, cioè nel Donbass insorto.